La parola scritta non può difendersi, e con essa i mondi che traduce.

Poggiati oggetti come perché stanchi
in uno spazio deciso e sempre quello
copri di te le pressioni, tempo.
Affacci su un lago
folaghe lunghe, appena stridio sospeso
che trapassa
senza vento.
Finestra a braccia in croce
di legni d’aurora segnata per rami,
respiro,
proseguo un destino
intuìto come l’ala del colosso che cade.
Nessun fragore al tonfo
Solo, dispersa, l’alcova ancora calda
della cicogna usurpata.

E' il sole che fa cadere lembi di pelle
zolle di sete alla deriva di un soffio?
Randagi passati all'orizzonte
aerei dispersi e senza scie
che vanno
Avere nel palmo quattro monete
senza più corso
un giardino alle spalle
pagine al vento
occhiali poggiati distrattamente
segni di appunti un po’ sparsi
piume di trattenute lezioni
Nella lingua i vini bevuti
nelle orecchie le danze
nel respiro i cento passi
di un’inferma adolescenza ignorante
da schiusa d’un pulcino
Aver intuito un’assenza grammaticale
come una mano leggera di pittura all’acqua
mescolarsi ai molteplici già occorsi
nel vello molle degli specchi duri
trapassare
dal limbo a un limbo
E’ il moto di un sasso che ha perso il suo nome
per pura mancanza di gravità
Nel risvolto di un collo
la taglia accresciuta, d’un tratto.

La nuit étoileé
Ho un orizzonte in note
di stelle in chiavi di violino
a danzare in azzurri violenti, vibrazioni
d'acque incise in aranci riflessi, strette lame
o piccoli lombrichi lacustri
dondolanti appena a nessun soffio.
Un calderone di mistura stregata
vertigine a un centro d'acqua, il cielo
incupa di strappati lembi di pelle.
Giostra di giri nella baia di notte che sale
giace e respira, ombrosa s'accende
del respiro del mare aperto, che non vedo.
Tutto ritorna nell'arco visivo
mentre nulla è figura di turbamento.
Cristi a braccetto
camminiamo ignari sul niente.
