Ho sostato il mio tempo
Camminando in scarpe più grandi
ho tracciato il sogno come in solchi
di bruna attesa. Zitto il campo
e rigoglioso di sciami operosi
tremulo variare d’impressione
a un sentire, contro il velo di luce
del cielo d’agosto
quello che abbaglia e frastuona
in cicale lontane.
E’ questa giacenza di tagliato
riavvolto in flusso d’infinito
verde fieno, quel che ammalia
l’impronta di me a doverla inserire
in un contesto caro [non saprei il perché],
o in giallo grano che ritorna
nelle pupille degli anni,
quando un grembiule non nascondeva
l’odore primo dei pomodori
recisi di fresco;
o quando al declinare del palmo
di mio nonno, la zappa quieta
appoggiata paziente al tronco,
si immaginava il fuoco di lì alla prima sera.
Sarà un ritorno di pagliuzze
senza logica successione, infervorate
come i lapilli dai ceppi al respiro
dell’annerire del cielo in pensieri
ormai alla tregua, che s’imbarbagliano
a dar barlume vivo all’irrisolto;
sarà che in ogni sera si rimescolano
le bellezze, d’ogni passo e le parole
non dette
incrociano i talenti dispersi
come il becco d’una rondine giovane
per caso la preda.
Sarà tutto quel che procede da qualche punto
deciso o accaduto all’inizio
che mi preme dentro e detta il respiro,
nell’ora sospesa della meditazione
e mi riconduce a quei campi
in uno soltanto, conficcato
nella radice, come al costato.