La parola scritta non può difendersi, e con essa i mondi che traduce.

In utero, in utile
Piccolezza minimata
sono piccola piccola
in acqua che nuoto sospesa
Trasparenze di palpebre
mai dischiuse tremano alle ombre
sussulto alle note basse
e mi faccio nell’angolo
che non trovo, spruzzata
di inchiostro. Onde di liquida attesa
entrano ed escono dalla mia pelle,
quinta senza peso, diafana diceria d’untore.
Non ho peso.
Vago.
Ho labili strisce di luci dentro
in un altrove fitto che potrei, un domani,
scoprire essere un bosco
di rami in cammino verso di me.
Vorrebbero trarmi fuori dalle mie membra
come Marsia quei rami opachi
mi stringono a volte
soffocanti ed estranei, senza odore.
Mi ritraggo.
E’ qui che voglio restare,
senza peso.
Ho il calcagno fragile,
vulnerabilità a un’altra vita.


E' il sole che fa cadere lembi di pelle
zolle di sete alla deriva di un soffio?
Randagi passati all'orizzonte
aerei dispersi e senza scie
che vanno
Avere nel palmo quattro monete
senza più corso
un giardino alle spalle
pagine al vento
occhiali poggiati distrattamente
segni di appunti un po’ sparsi
piume di trattenute lezioni
Nella lingua i vini bevuti
nelle orecchie le danze
nel respiro i cento passi
di un’inferma adolescenza ignorante
da schiusa d’un pulcino
Aver intuito un’assenza grammaticale
come una mano leggera di pittura all’acqua
mescolarsi ai molteplici già occorsi
nel vello molle degli specchi duri
trapassare
dal limbo a un limbo
E’ il moto di un sasso che ha perso il suo nome
per pura mancanza di gravità
Nel risvolto di un collo
la taglia accresciuta, d’un tratto.