La parola scritta non può difendersi, e con essa i mondi che traduce.
Campo di grano - D. Failla



Erreics

Gli uomini si direbbero più autoironici: spesso giocano a trasformare il loro volto e a imbruttirsi facendo smorfie e proponendo distorsioni di sé. Le donne no. C'è sempre la mania estetica d'apparire belle, in toto o nel particolare che esse stesse pensano sia più bello del loro corpo: il corpo, una specie di bancarella da mostrare, non ho capito bene se a vendere (cosa?) o a svendere (cosa?). In ogni modo le donne appaiono assai meno propense a giocare a imbruttirsi...E chi gioca meno, gioca male.
Il filo
il filo è ritorto,
il fiume è un transito
che muta sempre
quel che non é.
Un cerchio si chiude
intorno a uno specchio
e al suo vuoto.
La notte entra nel sogno
e tristemente comprendiamo
di dormirci dentro (noi a noi)
e che ogni azione diventa
granello di sabbia
come non fosse nostra porzione
ma polvere vista allo specchio.
Una piega di foglio -voltato male-
aggiunge ora un dolore
una ruga un rimpianto.
Ho sognato Schopenhauer quella notte
seduto sopra la collina (degli stivali)
che tesseva i miei sogni
da una spola pescante oltre una soglia
dal maestoso buio
di quella notte che entra nel sogno.
E che poi ci si incontri, su sentieri imprevisti
è filo di un vecchio discorso
sul rocchetto dell'umanità, che dentro ha ancora
un punto luce. E se io la cerco, quella luce,
negli occhi di mi viene incontro
io non posso che riconoscere un fratello.

Roberto Herlitzka "re-cita" Leopardi - Le rimembranze
Il maestro, non avrebbe mai recitato, infatti!

Silenzi
Entra, il sasso - di taglio-
è violenza delle cose dette.
Cerchio sordo dilata e non ho fiato
mentre canta il nodo
e non lo scioglie, io caverna
ampia Vuota
Mi fermo e guardo quella pietra
sé dicente amica
d’archi amari ha segnato dalla torre
nel mio ventre
rughe
in-gorgo senza fine,
onde di afonia riversa
mio sbaraglio senza tregua.
E taccio, ancora.
Con punta d’oca asciutta
scrivo nulla.
Poggiati oggetti come perché stanchi
in uno spazio deciso e sempre quello
copri di te le pressioni, tempo.
Affacci su un lago
folaghe lunghe, appena stridio sospeso
che trapassa
senza vento.
Finestra a braccia in croce
di legni d’aurora segnata per rami,
respiro,
proseguo un destino
intuìto come l’ala del colosso che cade.
Nessun fragore al tonfo
Solo, dispersa, l’alcova ancora calda
della cicogna usurpata.

Contatti

Novakovic
Tra i rovi
Chagall
Una traccia

Millais

Novakovic

In utero, in utile
Piccolezza minimata
sono piccola piccola
in acqua che nuoto sospesa
Trasparenze di palpebre
mai dischiuse tremano alle ombre
sussulto alle note basse
e mi faccio nell’angolo
che non trovo, spruzzata
di inchiostro. Onde di liquida attesa
entrano ed escono dalla mia pelle,
quinta senza peso, diafana diceria d’untore.
Non ho peso.
Vago.
Ho labili strisce di luci dentro
in un altrove fitto che potrei, un domani,
scoprire essere un bosco
di rami in cammino verso di me.
Vorrebbero trarmi fuori dalle mie membra
come Marsia quei rami opachi
mi stringono a volte
soffocanti ed estranei, senza odore.
Mi ritraggo.
E’ qui che voglio restare,
senza peso.
Ho il calcagno fragile,
vulnerabilità a un’altra vita.


E' il sole che fa cadere lembi di pelle
zolle di sete alla deriva di un soffio?
Randagi passati all'orizzonte
aerei dispersi e senza scie
che vanno
Avere nel palmo quattro monete
senza più corso
un giardino alle spalle
pagine al vento
occhiali poggiati distrattamente
segni di appunti un po’ sparsi
piume di trattenute lezioni
Nella lingua i vini bevuti
nelle orecchie le danze
nel respiro i cento passi
di un’inferma adolescenza ignorante
da schiusa d’un pulcino
Aver intuito un’assenza grammaticale
come una mano leggera di pittura all’acqua
mescolarsi ai molteplici già occorsi
nel vello molle degli specchi duri
trapassare
dal limbo a un limbo
E’ il moto di un sasso che ha perso il suo nome
per pura mancanza di gravità
Nel risvolto di un collo
la taglia accresciuta, d’un tratto.
Nebulosa: Piccolo Granchio

Synapsi: piccolo cervello

La nuit étoileé
Ho un orizzonte in note
di stelle in chiavi di violino
a danzare in azzurri violenti, vibrazioni
d'acque incise in aranci riflessi, strette lame
o piccoli lombrichi lacustri
dondolanti appena a nessun soffio.
Un calderone di mistura stregata
vertigine a un centro d'acqua, il cielo
incupa di strappati lembi di pelle.
Giostra di giri nella baia di notte che sale
giace e respira, ombrosa s'accende
del respiro del mare aperto, che non vedo.
Tutto ritorna nell'arco visivo
mentre nulla è figura di turbamento.
Cristi a braccetto
camminiamo ignari sul niente.